martedì 13 marzo 2012

E' tutta una questione di Diaframma, ovvero: impressioni da un live

I Diaframma in Italia sono uno di quei gruppi famosi eppure sconosciuti allo stesso tempo.
Famosi perché, se li nominate a persone dai 30 anni in su, circa l'80% si ricorderà di loro. Sconosciuti perché, di quell'80%, solo un 10% saprà citarvi correttamente i titoli di almeno 5 loro canzoni.
I Diaframma, dopo anni turbinosi, oggi si identificano unicamente nella persona di Federico Fiumani, autore della maggior parte dei testi, nonché poeta, nonché personaggio surreale che riesce a coniugare misantropia e filantropia nella sua persona.
I Diaframma hanno dato alle incisioni pochi mesi fa un nuovo album dal titolo "Niente di serio", e, come nella miglior tradizione rock, è partito un bel tour promozionale. Niente stadi o enormi sale per loro, ma solo dei club ben selezionati e che possano proporre dei biglietti d'ingresso non troppo onerosi, che di questi tempi c'è tanta crisi, signora mia!
I Diaframma sono venuti a Roma, al Jailbreak di via Tiburtina, lo scorso sabato. Il Jailbreak è un locale che in passato era noto soprattutto per serate blues e rock 'n blues, e che ha il pregio indiscusso di essere non troppo distante dalla mia abituale abitazione (posso bere un bicchiere in più!).
Il concerto non inizia puntuale, altrimenti si resterebbe delusi. E dura oltre due ore. E non fa restare delusi. E' la prima volta che vedo i Diaframma live con l'attuale formazione. Fiumani sarà ormai sulla cinquantina, o poco ci manca. A occhio la sua età è pari alla somma di quelle del bassista e del batterista, due giovani musicisti di ottima tecnica, ma che fanno una fatica boia a star dietro al loro frontman, che pesta duro sulla sua chitarra (con qualche svarione ogni tanto, ma ci può stare) e canta con l'entusiasmo e l'energia di un ventenne. Durante il concerto il grigio tra i suoi capelli sembra tornare a scurirsi, le piccole rughe agli angoli degli occhi e della bocca diventano invisibili. Ci sono solo lui, una voce che continua ad essere forte e decisa (con buona pace di chi rimpiange Sassolini) e delle canzoni che continuano a schiaffeggiare gli ascoltatori con la loro ironia tagliente.
Il concerto dei Diaframma è, nel senso più propriamente ontologico, un evento. Le parole rivolte al pubblico sono poche, con poche concessioni al facile umorismo, e con poche pause per richiamare alla memoria i testi di canzoni che sono a volte più vecchie di alcuni spettatori.
E a fine spettacolo, dopo quasi due ore e mezza, Federico ci saluta e non lo nasconde "VOI mi sembrate stanchi, buonanotte".
Era una gara tra lui e tutti gli altri presenti nel locale, compresi i suoi compagni di palco. E col cacchio che può decidere di darla vinta. Lui è Federico Fiumani, anima dei Diaframma. Gli altri sono solo variazioni su un arrangiamento.


P.S.: se vi aspettavate che parlassi delle canzoni, degli arrangiamenti, della presenza di pubblico, e altre simili amenità, vuol dire che mi avete scambiato per uno di Rolling Stones...

martedì 6 marzo 2012

Ci sei o sci-fi? Ovvero: il cinema italiano di fantascienza visto dai Manetti...

Dopo mesi in cui mi sono diviso ampiamente tra un lavoro di merda(TM) e la scrittura del mio nuovo libro (sappiate che sta per uscire infatti il mio nuovo capolavoro, ma di questo parleremo tra qualche giorno), sono riuscito anche ad andare ogni tanto al cinema onde non abbrutirmi troppo. E con mia sorpresa, dopo una chiacchierata con un ufficio stampa del settore, mi son visto recapitare un invito per l'anteprima stampa di "L'arrivo di Wang".
E che è? direte voi, miei 12 lettori e mezzo... "L'arrivo di Wang" è il nuovo film dei Manetti Bros, noti soprattutto per i loro videoclip e per la serie televisiva Coliandro, ed è un film ambientato nella loro città, Roma. Niente di nuovo fin qui... Il punto è che si tratta di un film di fantascienza, e con tanto di effetti speciali. E qui già la salivazione di qualcuno potrebbe aver subito delle alterazioni.
Girare un film di fantascienza a Roma è un atto di coraggio, non tanto per l'impossibilità drammaturgica di concepire una trama simile, quanto piuttosto per le difficoltà produttive e distributive che un'opera del genere potrebbe trovare. Anni fa Salvatores, col suo ottimo Nirvana, dovette scontrarsi con la cecità di un pubblico più avvezzo alle trovate pecorecce da cinepanettone che alle atmosfere del sommo Philip Dick, e ne pagò lo scotto con i scarsi incassi. Nel caso dei Manetti ci muoviamo tra Asimov e Bradbury, ma abbiamo anche strizzate d'occhio a referenti cinematografici come Michael Bay, ma pure a serie tv come X-Files. Il tutto condito da una sacrosanta e mai abbastanza compresa italianità. La parola B-Movie è in agguato, specie sapendo dei budget limitati con cui una produzione del genere può partire, per tacere della difficoltà con cui si associa mentalmente una produzione italiana a degli effetti speciali degni di tale nome (sorvoliamo sul fatto che nelle principali produzioni cinematografiche americane, nei titoli di coda, alla voce effetti visivi i nomi italiani sono una presenza costante, anche se parliamo della LucasFilm).
E invece il film dei Manetti si muove bene, con una certa paraculaggine anche, e con degli effetti speciali 3D di buon livello, frutto degli studi italiani Palantir. Infatti, uno dei 3 protagonisti del film è un alieno interamente generato al computer, egregiamente modellato ed animato. Gli altri attori con parti di rilievo sono un Ennio Fantastichini come sempre encomiabile, nella parte dell'ufficiale di un non ben precisato corpo di forze dell'ordine, e la giovane e promettente Francesca Cuttica, che interpreta una traduttrice dal cinese alle prese con l'incarico più insolito della sua vita.
Il film, se proprio un b-movie non è, si muove al risparmio su molti aspetti, e gioca molto su una trama di stasi per buona parte del film, ingannando lo spettatore per tutto il tempo e sconvolgendolo con un finale cinicamente divertente.
Una buona prova, un buon inizio vorrei dire, ma per ora un ottimo bluff, di gran classe...